politica e società valigetta | Il Cannocchiale blog
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Quello che vorrei dirti di più bello non te l'ho ancora detto
3 febbraio 2013
Addio narratore ipocrita



permalink | inviato da valigetta il 3/2/2013 alle 12:23 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
22 novembre 2012
... oppure Vendola
            Puoi scegliere la sinistra che guarda a destra OPPURE VENDOLA



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18 ottobre 2012
Trapani e la... mafia
            Benvenuti a Trapani. La città della vela e del sale, si legge all’ingresso della città sui cartelli turistici. La città dove i sindaci andavano dicendo che la mafia non esisteva mentre Cosa nostra piazzava autobombe e ammazzava magistrati, e oggi ci sono sindaci che dicono che di mafia non bisogna parlarne o che l’antimafia è peggio della mafia. La città dove Cosa nostra e massoneria hanno animato le stanze del potere segreto ma quello era, ed è, il vero potere, pubblicamente riconosciuto. La città cassaforte di Cosa nostra, dove si è annidato, è cresciuto, il potere economico dei boss che non portano più coppole e lupare ma indossano le grisaglie proprie dei manager. Qui la mafia si è sommersa secondo una precisa strategia, è diventata impresa, ha fatto diventare legale il proprio sistema illegale, qui la mafia “vive” mentre la gente è costretta a “sopravvivere” e spesso di questo i cittadini non si rendono conto. Per disattenzione, per complicità, per quieto vivere. Benvenuti a Trapani.
Trapani è tante cose, rappresenta lo zoccolo duro della mafia e non solo perché qui si nasconde l’ultimo dei grandi latitanti di Cosa Nostra, Matteo Messina Denaro, 50 anni e dal 1993 ricercato per delitti e stragi, cresciuto seguendo l’esempio del padre, il patriarca della mafia belicina, Francesco Messina Denaro, campiere di grandi latifondisti, come la famiglia D’Alì di Trapani, Tonino è senatore dal 1994, e oggi è sotto processo per concorso esterno in associazione mafiosa; ma Matteo ha anche impersonato i due volti della mafia, quella violenta, militare, di Totò Riina e quella di Bernardo Provenzano che ha saputo infiltrarsi dentro i gangli istituzionali, ritenendo migliore “scendere a patti con lo Stato”. Trapani raccontata dalla voce di uno dei magistrati di punta, Andrea Tarondo, che si occupa delle connessioni tra mafia, politica, impresa, il pm che insegue le “tracce” lasciate dal denaro della mafia sporco del sangue di tanti morti ammazzati, è anche altro: “A Trapani – dice – le maggiori insidie arrivano da quegli ambienti che dovrebbero essere dall’altra parte della barricata, dalla parte della legge, con l’antimafia”.
Qualche giorno addietro la scorta di questo magistrato ha fatto una scoperta incredibile. Qualcuno si era introdotto nella Bmw blindata usata dal pm per i suoi spostamenti. Uno dei poliziotti dopo avere scoperto che un finestrino era leggermente aperto ha segnalato l’anomalia ed è scattata la bonifica. La paura di un attentato è sempre viva. Per fortuna nessun ordigno e niente di pericoloso, ma sotto al cruscotto sono stati trovati un paio di fili scoperti, un tecnico specialista nella collocazione di cimici per le intercettazioni ambientali non ha avuto dubbi, quei fili erano stati usati per alimentare qualche microspia ed erano rimasti così scoperti dopo che la “cimice” era stata rimossa. Il pm Tarondo è stato quindi intercettato, le sue conversazioni in auto sono state ascoltate da qualcuno. Mafia? Può darsi che qualcuno abbia riferito alla mafia, ma le orecchie sembrano essere state quelle di “menti raffinate”, un lavoro che solo degli specialisti possono avere fatto. Il sospetto è anche altro che forse assieme alla “cimice” possa essere stato sistemato sulla vettura blindata un gps, così da scoprire le abitudini del magistrato, i suoi spostamenti. Suona l’allarme a Trapani, almeno dovrebbe suonare l’allarme.
A Trapani la mafia resta quella che nel 1988 veniva raccontata da Mauro Rostagno, forte e inviolabile, protetta da insospettabili alleati, e così quando invece del solito boss le indagini colpiscono il colletto bianco, il professionista, il politico, spesso arrivano gli attacchi, “il terzo livello qui non deve toccarsi”. Proprio nelle scorse settimane era stato il pm Tarondo a raccontare come vanno certe cose, ”qui a Trapani si conoscono bene i volti dei mafiosi e dei complici, ma c’è chi pur potendolo, pur dovendolo fare, non rispetta la distanza di sicurezza da questi soggetti, qui si stringono mani che mai penseresti dovrebbero stringersi”; qui può accadere che il ministro dell’Interno Cancellieri arriva e invece di incontrare i funzionari dello Stato, gli investigatori, firma protocolli di legalità con sindaci condannati per favoreggiamento alla mafia. “E nessuno si scandalizza di questo”.
Il pm Tarondo oggi continua ad occuparsi di indagini delicate. Arrivato a Trapani sul finire del 1996 ha seguito le inchieste sui delitti di mafia, sui boss che hanno smesso di farla franca, ha guidato gli investigatori dentro la mafia militare, man mano che però coordinava queste indagini e che hanno portato all’arresto di tanti latitanti, cominciava ad affacciarsi l’altra mafia, quella dei colletti bianchi. Oggi è il pm che ha portato a processo il senatore di Forza Italia Antonio D’Alì, che ha rimesso a posto i pezzi di un puzzle che era rimasto scomposto, diviso, lacerato, tanto che ad un certo punto si era pensato che l’indagine contro il senatore berlusconiano non contenesse nulla di rilevante e doveva andare in archivio e invece di recente si è scoperto che ad altri magistrati della Dda di Palermo un pentito, Giovanni Ingrasciotta, nel 1997, aveva riferito addirittura di incontri in latitanza tra Matteo Messina Denaro e il senatore D’Alì; il pm Tarondo si sta occupando anche delle diverse casseforti della mafia sparse per la provincia di Trapani e anche in parti lontane da Trapani, fin dentro le city finanziarie d’Europa. Ed ecco puntualmente che come accaduto altre volte c’è chi è fin troppo curioso delle mosse di questo magistrato. Benvenuti a Trapani dove una notizia di questo genere altrove avrebbe provocato reazioni di protesta, qui invece funziona sempre bene la sordinaù Rino Giacalone



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15 ottobre 2012
TRAPANI ,LA PROVINCIA RINUNCIA AL PROPRIO UFFICIO LEGALE NEI PROCESSI PENALI ... VERGOGNA!

            Quello che sta succedendo alla Provincia di Trapani è scandaloso. Esprimo tutto il mio disappunto per avere smantellato di fatto l'ufficio legale della Provincia nei processi penali. Questa è la terra dove Matteo Messina Denaro continua a fare affari ed intrattenere relazioni pericolose con una certa classe politica. Sono segnali inquietanti di una campagna elettorale sporca, un'altra
Trapani, la Provincia rinuncia al proprio ufficio legale nei processi penali

Da IL FATTO QUOTIDIANO!

Il giorno dopo la firma del protocollo di legalità di fronte al ministro Cancellieri, la giunta del dimissionario Mimmo turano ha deliberato di non avvalersi più della propria avvocatura nei riti penali, impegnata ad oggi come parte civile in cinque processi di mafia. Intanto non decolla l'osservatorio sulla legalità: l'organo voluto dallo stesso Turano in due anni non ha prodotto né controlli né istanze


 di Valeria Gandus | 11 ottobre 2012Da

 




permalink | inviato da valigetta il 15/10/2012 alle 16:15 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
16 agosto 2012
La spiaggia di Torrazza

I Siciliani 16 AGOSTO 2012 

La guerra fra il cemento e il mare
Francesco Appari e Giacomo Di Girolamo, marsala.it
Petrosino: una piccola cittadina sul mare, ter­ra d’emigrazzione. Ha un’unica ricchezza: la bellissima spiaggia, il cristallo del mare…

È una piccola cittadina sul mare, Petro­sino. Si trova a metà strada tra Marsala e Mazara del Vallo, nella punta estrema del­la Sicilia occidentale. Come tutti i piccoli centri siciliani soffre di una grande emi­grazione giovanile. Non ci sono industrie. Ma produce tanto vino. La più alta quanti­tà di vino per abitante di tutto il Paese.
E poi c’è Torrazza. Una spiaggia non molto grande. 800 metri di lunghezza. Ai turisti piace molto però. Il mare è cristalli­no. La sabbia fine. Più al largo i fondali sono unici. Ma Torrazza non è solo la spiaggia. L’arenile è solo una parte di una zona molto più ampia e di grande impor­tanza ambientale a livello internazionale. È una zona Sic – Zps, ossia Sito d’interes­se comunitario e Zona a protezione spe­ciale. La spiaggia in sostanza fa parte di una vasta area umida di interesse comuni­tario. È stabilito dalla Convenzione Ram­sar.
La zona in questione è la ”Laghi Mura­na, Preola e Gorghi Tondi, Stagno di Pan­tano Leone, paludi costiere di Capo Feto e Margi Spanò” e ricade nei comuni di Pe­trosino e Mazara del Vallo. Secondo un decreto del Ministero dell’Ambiente la zona “rappresenta un complesso ambien­tale significativo e peculiare per la conser­vazione di molte entità animali”. Per chi vi si avventura può trovare, dipende dalle stagioni, anatre selvatiche, tartarughe, fe­nicotteri e altri esemplari. Un piccolo pa­radiso. In una costa, quella che da Marsa­la arriva a Castelvetrano, violentata negli anni dal cemento selvaggio.
La storia di Torrazza è quella di una co­munità legata ad un territorio. Ma è anche una storia di negligenze, di furberie. Di come le ammi­nistrazioni negli anni se ne siano fregate di quello che succede in un posto così particolare. Di come questo posto possa essere comprato
E dire che stiamo parlando di una zona protetta. Succede spesso, infatti, che posti come questi non vengano valorizzati. Che vengono lasciati in preda agli scalmanati guastatori ambientali. Ogni tanto nell’area protetta dei cosiddetti Margi, alle spalle della spiaggia, spuntano piccole discari­che abusive. E la spiaggia, piccola com’è ha subito anche lei i suoi scempi. Proprio in mezzo c’è un catafalco in cemento. Quello che resta di una casa, dall’orrendo design, costruita con regolare concessione nei primi anni ‘80.
Recintata, murata e abbandonata. Ap­partiene al notaio Eugenio Galfano, ex sindaco di Marsala. L’ha ereditata dal suo­cero, il notaio La Francesca. È un pugno in un occhio e nessuno ha mai pensato di demolirla. Anche perché, per quella spe­cie di casa, sono stati richiesti dei finan­ziamenti per la ricostruzione post-terre­moto del Belice. Incredibile.
A pochi metri c’è un’altra casa. È bian­ca, con le persiane azzurre, le palme ed il prato verde. Roba da cartoni animati. Co­struita proprio sulla spiaggia, nel 2003. È di Antonio Vanell
. Faceva parte del Pd di Petrosino. Suo fratello Andrea si è candi­dato a sindaco alle ultime ammini­strative, senza molta fortuna. La sua casa sulla spiaggia, Antonio Vanella, se l’è co­struita quando era presidente del Consi­glio comunale, con tutti i pareri e le auto­rizzazioni necessarie. Nel 2007 arriva un nuovo sindaco, Biagio Valenti. Decide di cambiare tutto all’interno degli uffici. Al­lontana dall’Ufficio tecnico il dirigente Pietro Giacalone, più volte sotto processo per abuso d’ufficio, è stato anche condan­nato a 10 mesi di carcere per aver rilascia­to illegalmente una concessione edilizia. Valenti dà mandato ai suoi assessori di controllare tutte le carte del Comune. Si scopre che per la casa di Vanella il Comu­ne aveva rilasciato la concessione edilizia senza chiedere la Valutazione d’impatto ambientale. E hai detto poco. Ma il più deve ancora venire.
Negli ultimi dieci anni, in tutta Italia, il numero degli stabilimenti balneari in quelle che erano spiagge libere è più che raddoppiato. Petrosino non fa eccezione. L’area protetta di Torrazza fa gola. La spiaggia, come dicevamo, è piccola e sug­gestiva. E rischia di non essere più pubbli­ca.
C’è un imprenditore di Marsala che si chiama Michele Licata. È proprietario delle maggiori strutture ricettive della zona: il Delfino, il Delfino Beach Hotel, la Tenuta Volpara, il Baglio Basile. È uno degli imprenditori più attivi sul territorio.
2)t
Tutto inizia circa tre anni fa. Con la sua società, la Roof Garden Srl, Miche­le Licata inizia a comprare vari lotti di ter­reno che ricadono sulla zona protetta dei cosiddetti Margi e nella spiaggia di Tor­razza. Racimola un’area di 18 ettari. Di­venta praticamente proprieta­rio di tre quarti della spiaggia.
Già, la spiag­gia di­venta proprietà priva­ta. Com’è pos­sibile? Questo perché negli anni l’arenile ha subi­to un processo di erosione e si è via via rimpicciolito. Di conseguenza an­che l’area demaniale, quella pubblica, è di fat­to più stretta ri­spetto a quella documen­tata. Infatti sulla carta sono tracciati anco­ra i confini degli anni ‘40.
Cosa vuole farci Licata con tutta quell’area? Vuole creare un complesso tu­ristico a ridosso della spiaggia per portarci i clienti del Baglio Basile che è poco di­stante dalla zona.
Il primo progetto per costruire il lido la Roof Garden lo presenta al Comune di Petrosino a gennaio 2010. Qui iniziano le trafile. Prima il Comune blocca tutto. Poi rilascia un parere di “compatibilità urba­nistica del progetto”. Che non è un’auto­rizzazione ad iniziare i lavori. Servono al­tri pareri. Tra cui quello della Soprintend­enza ai Beni Culturali di Trapani che arri­va nel febbraio 2011, nonostante la rela­zione della Roof Garden sia piena di erro­ri. I progettisti di Licata scrivono che “non sussistono specie particolari di flora e fauna, né il terreno è luogo di nidificaz­ione di specie animali particolari che pos­sano subire mutazioni o danni dalla pre­senza dell’insediamento produttivo com­merciale”.
Insomma, secondo gli in­gegneri, non esiste alcun impatto ambien­tale. Nono­stante tutto sia la Soprintenden­za che la Capitaneria di Por­to di Trapani danno pa­rere positivo per la costruzione del lido. La stessa cosa però non fa la Commissio­ne Comunale per la valutazio­ne di inci­denza ambientale che sottolinea le caren­ze del progetto da siste­mare.
La Roof Garden rivede la relazione. Questa volta dal Comune arriva l’ok ma pone al­cuni vincoli a Licata. Come la ri­costruzione delle dune, il divieto di realiz­zare soste camper, la chiusura del traffi­co, il rispetto totale dell’originario am­biente umido del­la zona. Ma ancora non arriva l’autorizza­zione a costruire. Anche l’Assessorato regionale Territorio e Am­biente dice che quella è una zona protetta e che come tale deve essere trattata. Quin­di ancora nessun via.
Nonostante i vari stop le ruspe della Roof Garden accendono i motori. Iniziano i lavori. La prima cosa che fanno è spia­nare le dune. Quelle di Torrazza erano le uniche dune di sabbia ancora intatte in tutta la costa, adesso non ci sono più. Poi arano il terreno fin dentro la zona paludo­sa, livellando il tutto per impiantare il lido. I lavori durano poco, i vigili urbani infatti denunciano le irregolarità nel livel­lamento delle dune. Il cantiere viene pri­ma sequestrato e poi dissequestrato. Il tut­to nel giro di 10 giorni. I lavori possono ripartire, ma solo per le opere “non strut­turali”.
La Roof Garden integra il proget­to spe­cificando che si sta parlando di uno stabi­limento balneare in struttura precaria. L’Assessorato regionale dà parere positi­vo e avanza altre richieste: gli ombrelloni non devono essere allineati, deve essere costruito il cannucciato per il birdwat­ching e il tutto deve essere rimosso entro il 30 settembre.
I progettisti di Licata però non si ferma­no. Ad agosto 2011 la Roof Garden, che aspetta ancora l’approvazio­ne del progetto per il lido, presenta un nuovo disegno. È qualcosa di molto gran­de. Licata ha 18 et­tari e li vuole sfruttare tutti. E’ il progetto per un campo da golf, con nove buche e tre laghetti. Alle spalle spuntano anche delle villette a schiera e una grande strut­tura ricettiva.
La gente di Petrosino rimane di stucco. Aspettavano la bonifica della zona di Tor­razza da anni e adesso spunta questo mega progetto della Roof Garden che ri­schia di privatizzare la spiaggia con l’area dei Margi. I petrosileni si mobilitano. Na­sce un comitato spontaneo di cittadini. Vogliono la spiaggia pubblica. Infatti si chiama “La spiaggia di Torrazza è di tutti”. Lanciano una petizione per riap­propriarsi di quel pezzo di territorio, che poi è un pezzo di storia di tutti i petrosile­ni. Firmano anche Dario Fo e Franca Rame. Raccolgono 2500 firme. Non si fermano i membri del Comitato, vogliono adottare la spiaggia. Farne un esempio di rispetto per l’ambiente. “La­sciatecela pubblica, la cureremo noi” di­cono nelle diverse manifestazioni che or­ganizzano. Ma soprattutto studiano il caso. Fanno controlli incrociati. Esamina­no le caratte­ristiche della zona.
Il Comitato fa in prati­ca quello che avrebbero dovuto fare gli enti pubblici preposti alla tutela dell’area. Constatano infatti che i confini dell’area demaniale tracciati sulla carta non sono più quelli reali. Il mare negli anni si è fat­to sentire. Serve una nuova mappa della zona. Lo chiedono alla Capitaneria di Por­to di Tra­pani con una documentazione dettagliatis­sima in cui si mostra come ciò che in sen­so anche giuridico si può defini­re spiaggia arriva fin dentro la proprietà di Michele Licata.
Con la perimetrazione dell’area dema­niale Torrazza può, anche a livello legale, essere considerata spiaggia e pertanto tut­to ciò che ricade all’interno di quell’area diventa pubblico. Ma la Ca­pitaneria ri­sponde picche. La competenza per questo genere di cose spetta alla Re­gione, che è sempre molto lesta ad elargi­re nomine e ingrippata negli affari di inte­resse pubbli­co. Nel frattempo sempre più gente parte­cipa alle iniziative del Comita­to che chie­de all’allora sindaco Biagio Va­lenti di dare inizio all’iter per l’esproprio delle zone che ricadono sull’arenile.
Arriva la primavera. A Torrazza è tutto fermo. Le dune non ci sono più. Valenti arriva alla fine del suo mandato senza aver avviato l’atto d’esproprio. Petrosino infatti è in fermento. A maggio si vota e sulla questione della spiaggia si gioca una partita determinante. Nei mesi che prece­dono le elezioni qualcuno avverte movi­menti strani. C’è chi dice che Licata aves­se già contattato delle figure professionali da inserire nel suo residence.
Nel frattem­po la Roof Garden ottiene una concessio­ne edilizia per costruire due casolari in ce­mento armato all’interno della zona dei Margi. Vuole farci un opifi­cio per prodotti caseari. 9000 metri qua­drati di cemento nel bel mezzo della zona protetta dei Mar­gi.


Il nuovo sindaco di Petrosi­no è Gaspare Giacalone. Ha lasciato il posto da mana­ger a Londra per amministrare la sua città natale. Il caso del giovane di successo che lascia tutto per tornare in Sicilia fa il giro d’Italia. Giaca­lone era anche uno dei pro­motori del Co­mitato per Torrazza. Ribadi­sce in campa­gna elettorale che la spiaggia deve essere di tutti. “Attenzione, noi non siamo contro l’iniziativa privata, ma que­sta deve essere fatta nel rispetto delle re­gole e dell’ambiente”.

Con il suo movi­mento ci­vico Giacalone stravince. Non ha il tempo di festeggiare però, gli fanno su­bito uno sgambetto sen­za precedenti. Il giorno del­la sua elezione, il 7 maggio scorso, l’inge­gnere capo del Comune di Petrosino rila­scia l’autorizza­zione per la costruzione dello stabilimento balneare a Torrazza. Il provvedimento viene chiesto tre giorni prima, un venerdì. Una volta ap­provato viene consegnato di­rettamente nelle mani di Licata. Mai vista tanta effi­cienza.
La nuova giunta di Petrosino riprende in mano le carte della questione Torrazza. Sospende l’autorizzazione alla costruzio­ne del lido per 15 giorni. Chiede ufficial­mente alla Regione di rimisurare la spiag­gia, avvia anche l’iter per l’esproprio dei lotti di terreno della Roof Garden che sono di interesse pubblico. Non è facile, le due settimane passano e la Regione an­cora non risponde. E iniziano i lavori per il lido. Non ci credono i ragazzi del comi­tato. Occupano la spiaggia, la puli­scono. Protestano. “Torrazza deve essere di tutti”. La nuova amministrazione e Li­cata si incontrano più volte.
Tante parole ma poche soluzioni. La Roof Garden non cede la pro­prietà, propone addirittura di dare in co­modato d’uso gratuito al Co­mune la parte di spiaggia che non gli ser­ve. Inoltre, secon­do quella concessione firmata il 7 maggio, il lido deve essere smontato al termine della stagione estiva. Ma la socie­tà vuole una struttura definiti­va.
“Io qui porto la­voro, mi sono impegnato anche a chiudere la strada per evitare che i ba­gnanti respiri­no smog”. E si scopre che la Roof Garden non vuole limitarsi solo a Torrazza. Che sarebbe interessata anche ad altre zone della costa. Infatti ha presen­tato un pro­getto al Ministero dello Svilup­po Econo­mico per un finanziamento di 33 milioni di euro, che vede la realizzazione di un villaggio turistico appunto a Torraz­za, un altro tra Biscione e Torre Sibiliana, e a Biesina. Tutte aree vicine.
A sostegno della salvaguardia di Torraz­za sono intervenuti anche Slow Food e Legambiente Sicilia, che ha mandato un esposto alla Procura della Repubblica di Marsala chiedendo che si faccia luce sulla poco chiara vicenda riguardante l’iter au­torizzativo per la costruzione del lido.
Per gli ambientalisti i punti oscuri del proget­to della Roof Garden sono tanti. In­nanzitutto le strutture e le soluzioni pro­poste per la realizzazione del progetto “non hanno per nulla le caratteristiche ne­cessarie e autorizzate di precarietà, smon­tabilità e stagionalità. Così come i lavori di supporto e propedeutico al loro mon­taggio. Siamo inoltre in presenza di un vero e proprio ristorante sulla spiaggia – scrive Legambiente – che viene descritto come stabilimento balneare”.
Un altro aspetto poco chiaro evidenzia­to dagli ambientalisti è la presenza di una discarica nella zona, con probabili rifiuti tossici, ma non si prevede alcuna bonifica. Inoltre “si fa obbligo alla ditta di prevede­re e realizzare una rinatu­ralizzazione dei luoghi e la ricostruzione del sistema duna­le nella spiaggia prospi­ciente ma non risulta alcun piano in tal senso”.
E pensare che Torrazza il rischio di es­sere cementificata l’aveva già corso 40 anni fa, quando ancora Petrosino era una borgata a metà tra Marsala e Mazara del Vallo. Era il 1971, si voleva vendere un “margio” ritenuto inutile. Corrispondeva all’area protetta. Ebbene, una società di Palermo, chiamata “La Mantide Spa” vo­leva costruire un complesso alber­ghiero-portuale per il turismo nautico.
Un proget­to enorme in un’area di 170 mila metri quadrati. Il progetto prevedeva un bacino portuale di 50 mila metri qua­drati. 30 mila metri quadrati di fabbricati. 500 posti bar­ca, 8 piscine, shopping cen­ter, ristoranti, bar, campi da tennis e una spiaggia priva­ta. Un progetto devastante. Viene anche rilasciata la concessione edi­lizia dal Co­mune di Marsala nel settembre 1973. Poi non se ne fece più nulla, per fortuna. An­che allora la gente si mobilitò. Disse no allo scempio.
D’estate Petrosino si riempie. Tornano gli studenti dal nord. Torna Pietro con la famiglia. E Franco con la moglie Mirella. C’è anche Lucia con Giulia. Loro vivono a Petrosino. Giu­lia sguazza in acqua, con i braccio­li. Tor­razza è soprattutto sua



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11 gennaio 2012
Most Wanted. Il capo della nuova Mafia



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26 dicembre 2011
Buone feste a voi

Buone feste a tutti i miei amici del " cannocchiale"




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13 dicembre 2011
Pietro Grasso incontra gli studenti di Trapani
Lunedì 12 Dicembre 2011 09:09

''La legalità ci rende liberi'', il procuratore antimafia Pietro Grasso ha incontrato gli studenti In evidenza

 
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''La legalità ci rende liberi'', il procuratore antimafia Pietro Grasso ha incontrato gli studenti
 

 

 

L'aveva promesso, Piero Grasso, quest'incontro. E la promessa fatta tempo fa al preside Giuseppe Liuzza dell'Istituto alberghiero ''Vincenzo Florio'', l'ha mantenuta. Venerdì mattina, dunque, il procuratore nazionale antimafia ha preso parte a un convegno dal tema ''I giovani e la cultura della legalità'', organizzato dalla scuola ericina e tenutosi presso l'aula magna del Polo universitario di Trapani.

L'intervento di Piero Grasso era molto atteso, anche dagli studenti (molti erano in videoconferenza) che hanno assistito alla conferenza. Dopo gli interventi del preside Liuzza e del presidente del Polo universitario di Trapani Silvio Mazzarese il procuratore nazionale antimafia ha spiegato i meccanismi mafiosi e il ruolo che esercita la criminalità organizzata nella creazione di una società legale.

«La legalità è la forza dei deboli - ha detto Grasso - delle vittime e dei meno fortunati. Ma proprio su questi fanno leva le mafie, organizzazioni criminali che mirano alla privazione dell'uguaglianza. La cultura della legalità, infatti, non è altro che un sistema di principi, leggi e regole volte a perseguire proprio l'uguaglianza, la democrazia e la giustizia finalizzate alla convivenza civile. La mafia si propone come una mamma, protegge e aiuta i propri figli, offre lavoro, sostentamento e protezione ma chiede in cambio la schiavitù. Vuole stare al di sopra di tutti e da questa spirale, poi, non si può più uscire. Finge di dare protezione attraverso il racket, quando il pericolo da cui sostiene di difendere è essa stessa. La mafia non è ciò che vuol far credere. Cerca di sostituirsi allo Stato risolvendo i problemi dei più deboli. Tesse reti di relazioni esterne ad essa stessa, con amministratori, politici e imprese, finalizzate a scambi di favore, a fare affari, a veicolare capitali all'estero. Chi non fa parte di questa rete diventa oggetto di ritorsioni».

In aula, durante l'intervento, un silenzio assordante nonostante il gran numero di giovani studenti. Piero Grasso ha spiegato le possibili soluzioni per combattere la criminalità organizzata, puntando anche sui giovani.

«La mafia - ha aggiunto Grasso - non è solo un problema criminale, altrimenti sarebbe già stata sconfitta. È anche sociale ed economico. Se non faremo comprendere questo, non vinceremo mai. Lo Stato deve lavorare per risolvere i problemi del disagio sociale, del precariato e diffidare da chi non vuole risolverli facendo finta di farlo. Bisogna inoltre credere che le idee e le utopie siano realizzabili, trasmettendo tanta speranza. L'uomo senza ideali si riduce a creatura mossa da soli impulsi. È importante che ognuno di noi faccia la propria parte e non resti indifferente. Anche i giovani, bisogna partire da loro, rendendoli partecipi e protagonisti della creazione di una cultura legale».

Quindi, proprio prima di chiudere e dar spazio alle domande degli studenti, una frase che strappa uno scroscio interminato di applausi: «Ciò - ha concluso Grasso - renderà giustizia alla lotta di Falcone, Borsellino e altri che hanno pagato con la vita il sogno di un paese migliore».

All'incontro erano presenti le massime autorità civili, militari e religiose della città.

 

Nino Maltese

da "La Sicilia

Seduto in  prima fila anche il senatore D'Alì......apparire per essere ?????? !




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13 ottobre 2011
Salvare la Spiaggia di Torrazza
  • Dedicato ai miei amici che mi hanno dato una mano in questa battaglia di democrazia ,fra pochi gioni si concludera la campagna raccolta firme
    Le ultime novità: Tutte le informazione sulla nostra campagna raccolta firme
  •  
  • "La spiaggia di Torrazza e' di tutti!"
  •  
  • le trovate sul nostro blog: http://spiaggiatorrazza.blogspot.com/ 
  •  
  • UN GRAZIE PARTICOLARE VA A UN  GIORNALISTA DI FRONTIERA 
  • CHE HA FATTO UN' INCHIESTA GIORNALISTICA SU TORRAZZA  
  •  
  •  IL CORAGGIOSO E BRAVO
  •   GIACOMO DI GIROLAMO
  •  CHE OGGI TROVERE SU REPUBBLICA INCHIESTE

cronista di frontiera che sfida il bossIl cronista di frontiera che sfida il boss

 

Giacomo di Girolamo, giornalista di 34 anni, conduce una trasmissione che si rivolge ogni giorno al boss latitante. "Ma io non la intendo come una sfida, raccontare Messina Denaro è un modo per raccontare il mio territorio". "Le minacce? Non fanno paura". "Lui verrà arrestato, ma come è successo per Riina e Provenzano: quando qualcuno deciderà che il boss non serve più" di FLAVIO BINI
 




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27 settembre 2011
PROCESSO ROSTAGNO ....E LA MAFIA DI TRAPANI

 Conosciamo bene a Trapani i volti dei mafiosi e di chi li combatte.

E quindi non dovrebbe venire difficile fare le dovute differenze. Da una parte i cattivi dall’altra i buoni. E invece i buoni spesso diventano cattivi. E’ la storia di questa città che è sempre stata piena di contraddizioni, mentre religiosissima sin da secoli addietro nel frattempo diventava culla della massoneria più segreta, qui giungevano i Templari e nel loro seno cresceva l’antistato. La mafia a Trapani è sempre stata borghese, i “viddani” hanno avuto spazio solo quando c’era da sporcarsi le mani con la droga e gli omicidi, poi erano loro i “burgisi”, i latifondisti a vestire i panni dei capi mafia. Città silente, muro di gomma.

I visi dei boss sono stati quelli di Totò Minore, Francesco Messina Denaro, i campirei diventati latifondisti, Vincenzo Virga e Francesco Pace, i boss diventati imprenditori, Mariano Agate e Francesco Messina, l’imprenditore ed il muratore diventati mammasantissima da quando furono ammessi a sedere alla tavola del corleonese Totò Riina, Vito ed Andrea Mangiaracina, anche loro mazaresi, che potevano permettersi (Andrea) di incontrare a quattr’occhi il ministro degli Esteri Giulio Andreotti, il senatore a vita le cui accuse di mafiosità pur se prescritte sono state provate proprio da questo incontro, l’unico volto che oggi non si conosce bene è quello del super latitante Matteo Messina Denaro, esistono foto risalenti ai primi anni ’90, dal 1993 è latitante la Polizia con due identikit realizzati secondo le informazioni di chi lo ha incontrato e secondo un programma informatico di invecchiamento, ha tirato fuori due immagini, nell’ultima forse è fin troppo vecchio, anche se qualche acciacco pare l’abbia davvero, da un occhio non vede bene il latitante tanto che a scrivere i pizzini sarebbe un suo personale e fidato emanuense.

Conosciamo i volti dell’antimafia che ha avuto e ha il volto di Gian Giacomo Ciaccio Montalto, magistrato, ucciso nel 1983, di Ninni  Cassarà, capo della Mobile, ucciso nel 1985, di Mauro Rostagno, giornalista,  ucciso nel 1988, di Giuseppe Montalto, agente penitenziario, ucciso nel 1995, di Alberto Giacomelli, giudice, ucciso nel 1988, di Rino Germanà, poliziotto, commissario a Mazara, sfuggito ai sicari di mafia nel 1992, uno dei pochissimi, forse l’unico che può dirsi sopravissuto aghli assassini Matteo Messina Denaro, Giuseppe Graviano e Leoluca Bagarella, un altro sopravvissuto è l’ex pm Carlo Palermo, magistrato, scampato all’autobomba di Pizzolungo nel 1985, l’antimafia ha il volto di Margherita Asta, figlia e sorella delle vittime della strage di Pizzolungo, di Giuseppe Linares, primo dirigente della Questura di Trapani, a capo dell’anticrimine ma messo fuori dal pool che dà la cacci a Messina Denaro, pare, per questione di “gradi”, un primo dirigente c’era già nel pool e un secondo non ce ne poteva essere, l’antimafia ma non solo il volto di una giustizia che non guarda in faccia a nessuno è quello di Andrea Tarondo, magistrato della Procura di Trapani, o ancora c’è il volto sofferente di Fulvio Sodano, ex prefetto, “cacciato” da Trapani dal Governo Berlusconi nel 2003, l’antimafia sociale ha il viso, purtroppo, di pochi, troppo pochi ragazze e ragazzi, donne e uomini, studentesse e studenti, che si sono raccolte attorno ad associazioni come Libera o altre associazioni culturali, che non sono altro che i parenti della “zita” quando c’è da fare una manifestazione. Ma nn per questo pensano a demordere. Tutt’altro. Bravi!

Vorremmo conoscere pure i volti di chi, a sentire qualcuno, ha fatto antimafia per carriera, che ha ottenuto lavoro, che ha guadagnato tanto e non ha perduto niente, che ha guadagnato immunità, che serve il potere che semina disordine. Ci saranno indubbiamente e vanno snidati, siamo d’accordo, ma spesso l’esperienza dimostra che chi parla così spesso lo fa “cicero pro domo sua”. A Trapani si parla tanto di “professionisti dell’antimafia” che era la stessa cosa che tanti anni addietro veniva pronunciata nei confronti di due giudici saltati poi in aria con le loro scorte nella terribile estate del 1992. Anche Falcone e Borsellino venivano chiamati professionisti dell’antimafia, additati, indicati, così alla fine sono finiti ben posti al centro del mirino che i mafiosi tenevano attivo attendendo il momento buono per premere i loto timer: lo hanno fatto, a Capaci, il 23 maggio del 1992, in via D’Amelio a Palermo il 19 luglio dello stesso anno. A Trapani c’è chi, come il sindaco Fazio, che è l’antimafia che produce la mafia. Anche il sindaco di Salemi Vittorio Sgarbi la pensa in questo modo. Nelle aule dei Tribunali si racconta però altro, e cioè che la mafia è tanto sfrontata, ha tanti di quegli appoggi e di quelle complicità, da riuscire ad autonegare la sua esistenza. Il capo mandamento Francesco Pace, appena condannato a 20 anni, in un processo dove nessuno ha pensato di costituirsi parte civile, intercettato è stato sentito dire che la mafia lo ha rovinato, poi però ha continuato quel discorso quel giorno e negli altri ancora, parlando di appalti da pilotare, di cemento da vendere, di prefetti e poliziotti da far mandare via da Trapani.

E quello che il boss andava dicendo trovava riscontro nei salotti e nei bar. Un giorno un investigatore si sentì dire da un professionista della città che il suo trasferimento da Trapani era questioni di giorni, così lui aveva sentito dire. Eppure quel professionista non aveva rapporti con il boss che pure andava dicendo le stesse cose. Si era creato un tam tam e le parole della mafia erano così circolate. L’antimafia esiste per altra ragione, perché c’è una mafia che ha insanguinato le nostre strade, generato morte, cancellato intere classi dirigenti ci ha ricordato giorni or sono a Trapani, ha isolato gli investigatori, c’è una mafia che a dispetto delle sentenze resta forte e arrogante, c’è un sistema a Trapani che permette che un consigliere provinciale resti consigliere anche se condannato ad oltre sei anni per falso, o un altro che si vede notificare un avviso di confisca dei beni, c’è un sistema a Trapani che vale a destra quanto a sinistra, che ha protetto ed evitato lo scioglimento per mafia del Comune di Campobello di Mazara, dove il sindaco finito nel fumus Ciro Caravà (Pd) è stato anche rieletto e senza che la cosa abbia impensierito tanti, lo stesso sistema che permette ad un sindaco coinvolto in un processo di mafia per favoreggiamento semplice, quello di Valderice, Camillo Iovino, Forza Italia prima, Pdl oggi, di restare in carica senza pensare per un attimo a farsi da parte, anzi sta zitto in aula e parla, da sindaco fuori dall’ayula su temi sui quali dovrebbe avere un attimo di riserbo, come la lotta alla mafia, c’è un sistema a Trapani che ha fatto calare la sordina su una sentenza del Tribunale Civile di Roma che sostiene che l’ex prefetto Fulvio Sodano non ha diffamato nessuno, men che meno l’ex sottosegretario all’Interno senatore D’Alì, che lo aveva citato in giudizio, perchè intervistato nel 2005 da Anno Zero disse che fu trasferito d’improvviso dal Governo Berlusconi dopo che aveva deciso di rendere produttivi una serie di beni confiscati alla mafia rimasti inutilizzati e che quel trasferimento era opera del senatore D’Alì.

Che la mafia esiste a Trapani è cosa certa, che l’esistenza era conosciuta sino a Milano è pure vero se un senatore di nome Marcello Dell’Utri, Pdl, un giorno si rivolse ad un capo mafia, Vincenzo Virga, per costringere un altro senatore, Vincenzo Garraffa, Pri, a pagare la mazzetta chiesta per una sponsorizzazione di una squadra di basket.  C’è un sistema che a Trapani permette ad una giovanissima professionista di avere fatto dapprima il presidente del collegio dei sindaci di una azienda in mano ai mafiosi e poi di fare il presidente del collegio dei sindaci dell’Amministrazione provinciale. E tutto questo a Trapani è chiamato con una sola parola, “Normalità”.

Guardate è una cosa straordinaria, sentire parlare in alcune rare volte di mafia a Trapani a certi personaggi che lo fanno solo per traviare subito il discorso e prendersela con chi ogni giorno la combatte, il magistrato ed il giudice nelle aule dei tribunali, i poliziotti, i carabinieri, i finanzieri, nelle loro stanze, l’ultimo dei cittadini che chiede che i suoi diritti non abbiano mai a sottostare a leggi non scritte, quelle dettate in nome dell’onore per esempio, ma che poi sono in verità frutto del più profondo dei disonori. E’ straordinario vedere imprenditori continuare a prendersi appalti nonostante vadano in Tribunale a dire che quelli precedentemente ottenuti li hanno presi pagando tangenti, è straordinario sentire dire che un imprenditore che ha deciso di collaborare con la giustizia e che poi ha rifiutato il programma di protezione, probabilmente non dice la verità perché oggi continua a vivere. E’ una città che quasi chiede, vuole vedere sangue, morti ammazzati, con spesso la Chiesa che resta in silenzio e se prova ad alzare la testa ecco che le teste saltano. Una città che non può essere definita civile. Ma che non è detto che resti incivile, questo futuro va evitato.

Non viviamo in una terra normale,c he però si dice normale, purtroppo e ce ne accorgiamo ogni giorno di più. In una terra dove ogni giorno dovremmo ricordare che la mafia è merda, così come diceva fino a 30 anni addietro a Cinisi Peppino Impastato contando i 100 passi che dividevano la sua casa da quella di don Tano Badalamenti,  prima che una bomba lo facesse saltare in aria. Anche Peppino era un professionista dell’antimafia, e anche lui ha avuto il suo bel tritolo.

Tutti questi pensieri si affollano mentre si è a Lenzi. È la strada che la sera del 26 settembre 1988 percorse per l’ultima volta Mauro Rostagno guidando la sua Fiat Duna bianca. In fondo, a pochi metri dall’ingresso della comunità di recupero dei tossicodipendenti Saman, c’erano i killer ad attenderlo. Gli spararono due volte, la prima per fermarlo, la seconda volta per finirlo. Ci sono voluti 22 anni perchè questa strada recasse il nome di Mauro Rostagno per decisione dell’amministrazione comunale di Valderice. Più avanti per volontà ancora del Comune di Valderice e della Provincia regionale, è stata posta una stele in marmo. Non c’è nessuno, la cerimonia ufficiale è finita da un pezzo, restano i segni a ricordarla, ora c’è silenzio. Ci sono voluti 22 anni perchè cominciasse anche un processo. Omicidio di mafia e non delitto per questione di corna come in quel 1988 aveva ordinato doveva essere  il capo mafia di Mazara Mariano Agate che era il “bersaglio” degli interventi televisivi di Rostagno che il nome di Agate lo aveva incrociato anche nelle trame delle logge segrete, e nei tavoli dove andò a sedere ricevuto in pompa magna dai mafiosi, il capo della P2 Licio Gelli, in quegli anni ’80 quando si diceva che la mafia non esisteva mentre sporcava di sangue le strada. E per quasi 22 anni il passaparola funzionò bene, ucciso per «questione di amanti e di tradimenti». Tanto che se ne sente ancora parlare nell’aula della Corte di Assise dove da febbraio è invece cominciato il processo che vede alla sbarra due conclamati mafiosi, Vincenzo Virga, capo del mandamento di Trapani, presunto mandante, e Vito Mazzara, presunto killer. Delitto di mafia dice ora la Dda di Palermo e l’ordine arrivò da Castelvetrano dalla casa del patriarca della mafia belicina Francesco Messina Denaro. Ciccio Messina Denaro aveva fatto uccidere un suo figlioccio, Lorenzo Santangelo, per una partita di droga sparita, figurarsi se poteva permettersi di sopportare oltre quel giornalista che non faceva altro che denunziare la mafia e i suoi affari da quella tv che apparteneva peraltro ad un imprenditore, Puccio Bulgarella, che con i mafiosi aveva (racconta sempre Siino) un conto aperto per pizzo non pagato.

Ma il sistema Trapani si fa avanti. Sempre. Si è atteso per 22 anni il processo e adesso in giro si dice, facendolo dire talvolta ai familiari di Mauro che giustamente vanno su di giri, che questo processo da solo non basta, che la condanna degli imputati non è sufficiente a fare chiarezza, che quindi tutto è inutile senza individuare la trama precisa. Quante idiozie! Intanto il processo è stato incardinato dalla Procura antimafia di Palermo a conclusione di una nuova indagine della Squadra Mobile di Trapani e del reparto di Polizia Scientifica, sulle confessioni e rivelazioni di alcuni collaboratori di giustizia e su una perizia balistica. Così sono diventati imputati Vincenzo Virga e Vito Mazzara. Il movente dentro questo processo non c’è, non c’è una accusa che scaturisce da un movente. Certo potrebbe venire fuori dal dibattimento, ma finirebbe in un altro processo, in quello stralcio che la Dda di Palermo ha lasciato aperto dopo avere chiesto e ottenuto il rinvio a giudizio di Virga e Mazzara. Che poi non sono due stinchi di santo. Vito Mazzara campione di tiro a volo andava in giro a compiere ammazzatine di ogni genere, e poi andava a sedere a Valderice al circolo di via Vespri, Vincenzo Virga era quello che aveva in mano i fili della politica, quelli che lo portavano agli ambienti milanesi. E allora è un processo da sottovalutare con simili personaggi? E’ un processo da sottovalutare quello dove si scopre che due carabinieri tenevano nascosti dentro altri fascicoli verbali che se usati subito potevano portare a chi aveva ucciso Rostagno e invece il mafioso che a quel tempo intrecciava rapporti con l’imprenditoria, e magari di tanto in tanto dava la soffiata ai carabinieri per arrestare qualche ladruncolo o spacciatore di droga, non andava disturbato nei suoi affari. Dal 1988 ci sono voluti 6 anni per riconoscere giudiziariamente come capo mafia Vincenzo Virga che lo era già dal 1982, la sera del 24 marzo 1994 quando scattò il blitz Virga però riuscì a fuggire via, un pentito ha indicato in una foto l’immagine di un giornalista, oggi in pensione, che avrebbe fatto questa soffiata ma anche altre, un giornalista che dai carabinieri era sempre ben voluto.

Doveva essere dimenticato Mauro Rostagno perchè in città aveva fatto «troppo chiasso» dagli schermi di Rtc. E questo processo sta subendo la stessa sorte. Va dimenticato. Deve restare una cosa locale e si sa l’informazione locale non ci vuole molto a pilotarla. E chi non ci sta è fuori. Magari diventa lui il bersaglio di vergognose illazioni.

Trapani non è cambiata, i giovani, cara Maddalena, nonostante i tanti sforzi che si fanno continuano a non conoscere canzoni come «Azzurro» o “Bella Ciao”. Preferiscono cantare la canzone du “sciccareddo”.

Trapani resta una città, al contrario di come la pensava Mauro Rostagno, che si schiera con i ricchi e non i con i poveri, ma questo non è un motivo per demordere, questa è la realtà e va raccontata se si vuole fare cambiare. Non si raccontano queste cose per scoraggiare ma semmai per incoraggiare il povero a incazzarsi di più e qualche ricco a meditare meglio sulle sue ricchezze. Questo 23° anniversario si compie senza due protagonisti d’eccezione di quel 1988. Puccio Bulgarella, l’editore di Rtc, e il guru Cicci Cardella che mentre su Facebook dal Nicaragua (dove era tornato a rifugiarsi, come aveva fatto nel 1996 quando fu sospettato di essere mandante del delitto Rostagno, stavolta per sfuggire ad una condanna diventata definitiva, quella dei peculati e delle truffe fatte dentro Saman) minacciava fuoco e fiamme per il fatto che sin dalle prime udienze del processo si parlava molto di lui, e invece è morto d’infarto, nonostante oramai non facesse tanti sforzi, faceva l’ambasciatore del Nicaragua presso i Paesi Arabi. L’unico a celebrarlo è stato Bobo Craxi. Bulgarella e Cardella sono morti portandosi precisi segreti nella tomba. I vivi che li conoscono altrettanto forse anche per averli prodotti possono stare molto più tranquilli, quei sacrari sporchi del sangue di morti ammazzati nessuno li può aprie.

Mercoledì 28 settembre riprende il processo in Corte di Assise a Trapani per il delitto Rostagno. Dove eravamo rimasti? Eravamo rimasti alle deposizioni che hanno suscitato più di qualche perplessità dei carabinieri che in quel settembre del 1988 si occuparono delle indagini sul delitto di Mauro Rostagno. E sui carabinieri che in quel periodo hanno ammesso che avevano frequentazioni con lo stesso Rostagno. E se l’allora comandante del nucleo operativo provinciale dei carabinieri di Trapani, generale, in pensione, Nazareno Montanti senza tanti come e perché ha detto che per il delitto si è imboccata (da parte dell’Arma) una sola pista, quella del delitto maturato come “vendetta” per vicende interne alla comunità Saman – ha detto di avere escluso la pista mafiosa perché non sono emersi mai elementi in tal senso, e figurarsi allora a dire che non c’era la mafia a Trapani era anche il capo della Procura dell’epoca, Antonino Coci – il luogotenente Beniamino Cannas pare abbia avuto gravi vuoti di memoria. Ha ricordato gli incontri con Rostagno come se fossero stati casuali, incontri per strada, quasi sempre conclusi con la ripromessa da parte di Rostagno di andarlo a trovare in ufficio.  E Rostagno in ufficio, dai carabinieri, ci andò, ma non per una visita di cortesia, ma per essere sentito con tanto di verbale sottoscritto. E dovette andare anche in Tribunale,. Davanti al giudice istruttore. Ma tutto questo giudiziariamente è stato scoperto dentro al processo. Altro che processo nebuloso.

Mercoledì si riparte con la testimonianza di Carla Rostagno, la sorella di Mauro e si riparte da un faldone di documenti vergati a mano da Mauro Rostagno che per 22 anni sono rimasti nello studio di un avvocato, che li aveva avuti da una sconvolta Chicca Roveri pochi giorni dopo il delitto, e tra quei fogli c’era il canovaccio di una trasmissione che stava per cominciare. E Rostagno aveva segnato tutto ciò che riguardava la mafia, l’impresa, la politica, gli affari, i grandi intrecci. Bisogna per forza cercare adesso i grandi intrighi internazionali, le super commistioni, chi faceva decollare e atterrare un misterioso aereo sull’abbandonata pista di Kinisia dalla cui stiva si scaricavano casse per caricarne altri con armi? O già basta il lavoro giornalistico di Mauro Rostagno a spiegare il movente almeno quello immediato della sua morte. Poi tra i mafiosi in pochi potevano sapere che Rostagno avrebbe potuto avere scoperto quei traffici, ma questa è un’altra storia, non è il processo di oggi e non può nemmeno esserlo perché il decreto che dispone il giudizio di Virga e Mazzara non ne fa cenno.

Non ci sono elementi nel delitto Rostagno che portano alla mafia? Più si scava nei faldoni processuali e più elementi si trovano, scritti e conservati. La mafia c’entra nel delitto e c’entrerà magari, ci si augura, in altro processo con tutte le sue connessioni e intrecci con la politica, la massoneria e i servizi segreti deviati o non deviati, italiani o stranieri che siano. E l’impressione è quella che Rostagno queste commistioni le aveva non solo percepite, ma conosciute direttamente, e aspettava il momento giusto per raccontarle, avendo le carte, non volendo fare un polverone, come contestava che facevano altri giornalisti, aggiungo sommessamente io, oggi come ieri. E a proposito di giornalisti una cosa va riscritta, ed è la deposizione fatta dall’ex leader delle Br Renato Curcio sentito in una prima fase dell’indagine sul delitto. Va riscritta perché considerato che molti cronisti scrivono da grandi soloni usando però spesso il copia e incolla, continua a girare la fandonia che il boss Agate incontrando Curcio in carcere gli avrebbe detto che il delitto “non è di cosa nostra ma di cosa vostra”. Ecco il verbale reso da Renato Curcio: «Sull’omicidio nessuno e in particolare quelli più vicini a Rostagno avevano fornito elementi utili, la mia impressione fu che il delitto di Mauro fosse uno di quei tanti delitti inconfessabili che si sono verificati in Italia e solo per questo in una intervista lo accostai a quello del commissario Calabresi o alla strage di Piazza Fontana. Non sono stato mai in possesso di elementi certi che mi aiutassero a capire il perchè dell’omicidio». «Mauro – aggiunse Curcio – per un periodo quando mi scriveva mi parlava sempre, e bene, di Cardella, nell’intervista che rilasciò al mensile King mi colpì però che non lo nominava nemmeno una volta, lui che rappresentava il principio autorizzativo di tutti i comportamenti per Rostagno e per l’intera comunità, ma in quell’intervista Mauro omette di citarlo proprio parlando di Saman e ciò per me assumeva preciso significato, doveva essere accaduto qualcosa di rilevante». Per anni si è vociferato di un incontro in carcere tra l’ex capo delle Brigate Rosse e il capo mafia di Mazara, Mariano Agate, tutti e due pronti a parlare della morte di Rostagno. Solo «leggenda ». Curcio lo ha smentito: «Agate non lo conosco nemmeno». E sul coinvolgimento della mafia, facendo riferimento alle notizie di «radio carcere» ha detto: «Mai mi è giunta notizia che potesse fare ritenere attribuibile alla mafia l’omicidio»; ma non avere notizia è cosa diversa dal dire che la mafia non c’entri”.

Ma per raccontare davvero bene cosa sono state le indagini sul delitto di Mauro Rostagno bisogna partire non dal 1988 ma dal 2008 dalle parole di un brigadiere, uno di una volta, vecchio stile, un poliziotto che si chiama Nanai Ferlito che un giorno del 2008 pose una domanda all’allora capo della Mobile, suo dirigente, Giuseppe Linares che aveva deciso di rivedere un po’ di carte antiche su quel delitto nel quale la Polizia non era stata mai coinvolta. L’unico atto, di Polizia, risaliva al rapporto di fine 1988 firmato da Germanà (pista mafiosa) e poi nulla più. Ferlito domandò al suo dirigente se aveva trovato la perizia balistica e se dopo il delitto Rostagno erano stati  fatti raffronti con altri omicidi. La scoperta fatta fu quella che nessuno fino ad allora aveva mai pensato a fare queste verifiche e l’indagine stava andando in archivio senza questo controllo. Saltò fuori così l’esito che ha portato alla sbarra Virga e Mazzara, quelli che uccidevano senza pensarci tanto.

di Rino Giacalone - Malitalia




permalink | inviato da valigetta il 27/9/2011 alle 14:46 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
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Curiosità
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"Oggi la nuova Resistenza consiste nel difendere le posizioni che abbiamo conquistato, nel difendere la Repubblica e la democrazia. Oggi ci vogliono due qualità: l'onestà e il coraggio. Quindi l'appello che faccio ai giovani è questo: cercate di essere onesti prima di tutto. LA POLITICA DEVE ESSERE FATTA CON LE MANI PULITE! Se c'è qualche scandalo, se c'è qualcuno che dà scandalo, se c'è qualche uomo politico che approfitta dei suoi sporchi interessi, deve essere denunciato!" Sandro Pertini < br> 






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          No !!! al razzismo


Questo blog aderisce alla campagna contro il razzismo ,
che sta diffondendosi nel nostro paese


La più grande debolezza della violenza è l'essere una spirale discendente che da' vita proprio alle cose che cerca di distruggere. Invece di diminuire il male, lo moltiplica... Con la violenza puoi uccidere colui che odia, ma non uccidi l'odio. Infatti la violenza aumenta l'odio e nient'altro... Restituire violenza alla violenza moltiplica la violenza, aggiungendo una più profonda oscurità a una notte ch'è già priva di stelle. L'oscurità non può allontanare l'odio; solo l'amore può farlo.
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Dio mi liberi dalla saggezza che non piange, dalla filosofia che non ride, dall'orgoglio che non s'inchina davanti a un bambino.
Kahlil Gibran

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Dicono che noi rivoluzionari siamo romantici. Sì, è vero, ma lo siamo in modo diverso, siamo di quelli disposti a dare la vita per quello in cui crediamo.
Ernesto Che Guevara

Una candela non ci perde niente nell'accendere un'altra
candela.. rimane accesa, ed il risultato è che hai più luce!


Prima di tutto vennero a prendere gli zingari
e fui contento, perché rubacchiavano.

Poi vennero a prendere gli ebrei
e stetti zitto, perché mi stavano antipatici.

Poi vennero a prendere gli omosessuali,
e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi.

Poi vennero a prendere i comunisti,
ed io non dissi niente, perché non ero comunista.

Un giorno vennero a prendere me,
e non c'era rimasto nessuno a protestare”.

da Bertolt Brecht

Sotto la pioggia
 

Pioggia che cade su di me
e sporca questo corpo
che in cerca di una
nuova identità.

Mi sento prigioniero
di me stesso, dei miei
pensieri, non riesco
a liberarmi di queste
corde che imprigionano
la mia voglia d'amore.

Questi tuoni esplodono
dentro me come mille
tamburi, questi lampi
non illuminano il buio
ma accecano la mia mente,
non riesco ad essere
indifferente a questo
temporale che esploso
dentro.

Scruto il tuo sguardo
nelle trepidanti luci
della strada, cerco
l'emozione che mi faccia
capire, cercare la
sincerità dei vecchi giorni.

Vorrei ritrovarmi
ma questa pioggia
mi cade addosso come
sangue, macchiando
ciò che incontra,
entrandomi negli occhi
non mi fa vedere nulla
che sta davanti a me.

Ti cerco tra la pioggia
e vorrei trovare le tue mani,
per stringerle come se fosse
l'ultima volta....
il freddo sale lungo la schiena
ed aumenta il mio tormento
per questa distanza che mi uccide,
che mi isola da ciò che amo.

Smetto di illudermi e devo
andare a cercare certezze,
non voglio annegare sotto
questa pioggia incessante,
ho bisogno di te, non fuggire
via, non lasciamo che questa
pioggia ci separi per sempre.



 

Bossi: "Prenderemo i fucili"



A dirlo un futuro ministro della Repubblica italiana
Allegria!!! saremo governati da un  rimbambito ,miracoli della politica
( se ad affermarlo fosse stato un qualsiasi cittadino ,sarebbe già con le manette ai polsi )

Già che si parla di armi, spunta Raffaele Lombardo, leader del Movimento per l'autonomia e candidato del centrodestra a governatore della Sicilia: "Purtroppo i fucili dei siciliani sono stati caricati per troppo tempo a salve. Quando potremo armarli come si deve, vedremo se e contro usarli".
Che futuro ti attende ,Povera Italia ?


L'anatema che Giovanni Paolo II il 9 maggio del 1993 rivolse
dalla collina di Agrigento alla Sicilia e all'Italia
ferita dalle stragi di mafia: "Questo popolo... talmente attaccato alla vita,
che ama la vita,
che dà la vita, non può vivere sempre sotto
la pressione di una civiltà contraria,
civiltà della morte...
Mi rivolgo ai responsabili... Un giorno verrà il giudizio di Dio".

Parole che avrebbero dovuto crescere nelle coscienze. 

Da allora nulla è cambiato
La Sicilia e avvolta dal  niente ,e  dalla mafia....e sempre più  mafia -è-

        

                              A te,  a me ,a tutte ... ogni giorno
       Buon 8 marzo ,giornata internazionale della donna 
      Donna ,donna ... semplicemente meravigliosamente donna nel mondo



L'ultimo istante

Pulsa il cuore senza tregua,
dietro a questa collina in attesa
dell'attimo che finalmente
porta al serraglio il mio nemico.

Sento le vene scoppiare ed il sangue
scorrere a mille allora, il fiato
smorzarsi in gola, siamo tutti
legati a questo istante, a questo
giorno fatale, l'elicottero è
sopra di noi per darci conforto.

Telefono che scotta, gli animi tesi,
il sudore scende ma gela all'istante,
bisogna correre non dare scampo alla
belva, all'uomo che ormai stanco
sa di essere vicino al suo destino.

Adesso non ho sbagliato nulla, adesso
il suo sorriso è scomparso, si nasconde
dietro l'ultima bugia, lo riconosco non ha
scampo, la sua misera carriera terminata,
abbandonato dai suoi compagni a marcire.

Finalmente i nostri sforzi sono serviti,
i nostri digiuni saziati, le nostre fatiche
lenite da questo istante, non siamo piu
quelli di un tempo, anche in noi il seme
dell'odio è cresciuto,
ma continueremo a lottare,
per un giusto domani ai nostri figli.
_____________________________________-

Le sensazioni, le emozioni  ,le amarezze ....di un giusto
del nostro tempo
---------------------
    "Senza Dio"
( delfino azzurro )

Corro nel vento
per far asciugare
queste lacrime amare
che mi tagliano il viso.

Correre per dimenticare
tutto e lasciarmi alle
spalle tutto questo
male che mi fa annegare
nel sangue dei miei amici.

Fuggire da questo mondo
che perdona i demoni
e condanna gli angeli,
che umilia i giusti
ed esalta i dannati.

Dove sono gli eroi
che con le loro spade
facevano giustizia,
dove sono gli uomini
che morivano per una causa.

Adesso solo vigliacchi
nascosti dietro delle toghe,
creatori di una falsa giustizia
che si nutre solo di carogne.

Solo, contro una corruzione
che divora ogni essere,
gli onesti nascosti per non
essere uccisi, per non essere
divorati da queste belve fameliche,
attaccati solo ad un potere
che li rende aridi come il deserto,
che li logora a tal punto di
essere senza Dio.

_______________________________________________

Times: Berlusconi non merita chance
Ha lavorato per se stesso tranne due frammenti di riforma
ANSA
(ANSA) - LONDRA, 8 FEB -Il quotidiano conservatore britannico Times e' contrario alla possibilita' di un ritorno di Silvio Berlusconi al governo. 'Non merita un'altra chance', e' il titolo di un commento di Brown Maddox, la principale columnist di politica internazionale del giornale. 'Due frammenti di riforma delle pensioni e del lavoro', 'non ci sono altri casi in cui Berlusconi ha agito per il beneficio dell'Italia, invece che per il suo'. 'Ha anche tagliato alcune tasse peggiorando le finanze'.
 





Operazione"Old bridge

Complimenti alla Polizia di Stato
e in particolare allo SCO ,DDA e FBI

Il procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso

PALERMO - "Questi successi danno fiducia ai cittadini,
danno speranza ed evitano la rassegnazione".
Così il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso
ha commentato l'operazione congiunta tra Polizia e Fb
 



                                   Giuseppe Maniaci ,il direttore di TeleJato,
                 preso a calci e pugni ieri sera a Partinico per il suo
                       impegno contro i boss, ha condotto il suo tg
 


                          Giuseppe Maniaci
Finchè ci saranno uomini così ,in  Sicilia la speranza non muore 
                                  GRAZIE !!!
------------------------------------------------------------------------

                    (Comunicazione di servizio )
Buon soggiorno a Puerto Escondito ...occhio ,bello mio !!
E ...qualche foto ....se mi leggi

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Cuffaro ha dato le dimissioni ...Finalmente !!!
Viva i cannoli siciliani !!!

La "coraggiosa "guantiera di cannoli ,
che ha fatto il giro del mondo ,
Quella che ha osato più di una sententenza .
Quella che libera la Sicilia dal pregiudicato Cuffaro.
L'Italia non sarà più il paese "di spaghetti e mandolino "
                   l'Italia è dei Cannoli      

         
             Orsù  vespri di cannoli
              Coraggio ,su coraggio !
                Siamo del mare i figli
   &nbspLa mafia cerca una mano ...che l'abbia trovata?
Basta tenerla ferma ( la mano )e il gioco è fatto ...decorenza dei termini  .
E i figli si succedono ai padri ...ormai moda è !

                              Ragazzi ,
guardate questo video veramente interessante ,
e quello che sarà trasmesso in Anno Zero giovedi 31




Totò Cuffaro aggredisce Giovanni Falcone
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( da delfino azzurro)
Orizzonte lontano e spazi
sconfinati davanti a me,
una corazza a protezione
del mio io e di ciò che
dentro mi logora.

Spada al fianco ed elmo
calato sugli occhi per
difendermi da questa giustizia
che mi trafigge e fa sgorgare
quel male che si innalza
avvelenando parole e sangue.

Guerriero oscuro di terra lontana
nel branco mi getto senza paura,
nel buio nero come un corvo
trovo solo lupi senza anima
pronti a divorarmi.

Solo la luce della mia spada
ha trafitto in parte il male,
tra neri cavalieri che con me
hanno lottato, per cercare
sogni in nuovi orizzonti, per
portare la luce dove il buio
ha regnato per anni.

Adesso giustizia proclama la sua preda
ma non ha affondato la sua spada come
doveva, ha solo ferito la bestia che in
lui vive, ride e si fa beffe di noi,
ma ancora non sa che il filo delle
nostre spade non da dolore ma toglie
la vita
 
ALMANACCO di PaginaInizio.com

 

 

La mafia oltre la mafia
non bacia i santini...
non ha rituali col sangue...
non spara...
demanda...
e ci gode...
La mafia oltre la mafia
è pianta maligna
che alligna gramigna
nei pensieri dell'uomo...
e lo corrompe...
La mafia oltre la mafia
non porta coppole,
non grida,
non...
La mafia oltre la mafia
è l'omertà,
l'omissione,
è il non esserci quando DEVI ESSERCI...
è il non fare quando DEVI FARE...
e lo fanno molto bene...
e il non spazzare se sei spazzino...
è il non dare il documento se sei impiegato pubblico...
è il nascondere il VERO se sei un giornalista...
e il non adoperarti se sei un politico...
è il non arrestare se sei Carabiniere...
è il non emettere sentenze se sei giudice...
e molte attività non si fanno...
La mafia oltre la mafia
è pianta gramigna
che attecchisce violenta
nelle pubbliche amministrazioni...
e fiorisce dappertutto...La mafia oltre la mafia
è lì..., nei posti di POTERE...
dove decidere, o meglio il NON DECIDERE...
vale più di godere...
e hanno orgasmi infiniti..

Ma hanno scelto la mafia...

Qualcuno ha un diserbante efficace?









APPELLO per i Martiri di Pietransieri, (AQ)
lettera da sottoscrivere (gratis, solo per sensibilità, solidarietà e senso storico dell'umanità) inviando l'adesione a sentierodellaliberta@katamail.com 

 


<< Le parole dell’unica superstite dell’eccidio, Virginia Macerelli, riportate nel libro “E si divisero il pane che non c’era”, a cura del Liceo Scientifico Statale “Fermi” di Sulmona, innalzano, come pietre, un monumento indistruttibile alla vita e all’amore: “Mia madre con sei figli è andata a Lìmmari e siamo stati per due notti sotto un albero… I tedeschi venivano, ci interrogavano, bombardavano il paese e prendevano tutti gli animali, i maiali e quello che trovavano. Il 16 novembre per primo hanno preso mio fratello. L’ hanno portato a Pietransieri con i maiali e l’ hanno ucciso. Poi hanno preso l’altro mio fratello e l’ hanno ucciso in un boschetto. Poi il 21 novembre sono venuti di nuovo dicendo che dovevano ammazzare tutti quanti… Dopo mezz’ora sono arrivate le SS e ci hanno raggruppati. C’era un tronco d’albero e hanno fatto sedere la gente intorno. Poi hanno messo una mina, grande come un vaso di fiori e l’ hanno fatta saltare. Dopo che la mina era scoppiata, i tedeschi cominciarono ad uccidere i feriti con la mitragliatrice. Io stavo sotto braccio a mamma. Ero la più piccola dei figli. Si sa che quando c’è un pericolo la madre stringe a sé tutti i figli. Io ero la più piccola e così mi ha abbracciato. Mia madre aveva uno scialle sulle spalle e come i tedeschi hanno mitragliato è caduta ed è morta all’istante. Io sono caduta sotto a mamma e sono rimasta lì… lo scialle di mamma mi aveva coperto”. >>

 

Le vittime furono 128: tra essi 34 bambini al di sotto dei 10 anni e un bimbo di un mese.

Dal novembre del '43, i corpi restarono a lungo abbandonati nella boscaglia, sepolti dalla neve sino alla primavera del 1944.

Oggi esiste in paese una via dedicata al re Vittorio Emanule III e non a questi martiri!

Lo scopo di questo appello è finalizzato a rimuovere questa oscenità


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article thumbnail"Io sono più trapanese di voi" - Settimana per Mauro Rostagno.

 

Con le manifestazioni di questa settimana
si chiude la campagna di raccolta di firme
 dei cittadini sull’appello alle istituzioni
“Chiediamo la verità sull’omicidio di Mauro Rostagno”.

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Con successo e orgoglio
si è svolto a Marsala il
Wine Sicily & Jazz
 

Con la partecipazione di:
Roberto Gatto quartet

Luca Mannutza - piano
Rosario Bonaccorso - contrabbasso
Daniele Tittarelli - sax
Roberto Gatto - batteri
Javier Girotto & Aires Tango
Javier Girotto - sax soprano e baritono, flauti andini
Alessandro Gwis - pianoforte
Michele Rabbia - percussioni
Marco Siniscalco - basso

Marsala,un'economia basata soprattutto sull'agricoltura

e l’industria del vino; una vocazione turistica

in continua crescita; un patrimonio archeologico

per il quale è stata avanzata la candidatura all’UNESCO

per essere universalmente riconosciuto.

Il vino a Marsala si ormai ricavato un proprio spazio

nei mercati nazionali ed esteri e che

il Wine Sicily vuole ulteriormente promuovere.


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"Il bosco della solitudine"
      ( di Delfinoazzurro)

Guardarsi intorno
e vedere il nulla,
scoprire di essere
soli in un bosco
fatto di solitudine
perenne.

Dove gli unici esseri
che ti stanno accanto
sono la paura ed il coraggio,
osservare il cielo per
trovare il sole, che
riscaldi quella nube
che aleggia nel cuore e
che bianca e densa ti
affatica il fiato.

Smarrito è il ritorno
e nulla puoi per tornare
indietro, ti accovacci
per sentire la terra
attorno, ma ne ascolti
solo il freddo che lei
trasmette al giorno.

Ne una voce, ne un canto
aleggia in questo bosco,
il silenzio ne è il principe
indiscusso, lanci il tuo
urlo ma si strozza in gola,
perche la mano del silenzio
ti tappa la  bocca,
stringendola fino a farti male.

Correre lontano abbandonando
tutto, cercare rifugio
nel cuore di qualcuno, ma
i cancelli sono tutti chiusi,
rimane soltanto, il nostro
pianto.




      Rosa nera 

L inverno è sceso sul
cuore di noi uomini,
abbiamo il freddo
padrone dei nostri
sentimenti, non ci
curiamo più di nessun
bene e lasciamo
che le nostre membra
rimangono affiancati
al corpo.

Non elargiamo più
abbracci sinceri,
ed i nostri baci
nascondono la
verità, i nostri
cuori sono chiusi
nello scrigno
di un perfido
demonio, che
chiave custodisce
nel suo lurido
ventre.

Abbiamo spento ogni
fantasia,
i bruchi non diventano
piu farfalle,
nessun ranocchio
diventa principe ne brutto
anatroccolo diventa cigno.


Siamo relitti in balia
dell'oceano dell'odio,
dove il vento fa spumeggiare
onde alimentato
dall'invidia.
Spero che l'amore per
la vita prima o poi
fermi questa catastrofe,
una rosa nera echeggia nel
nostro cuore e lasciamo
che il suo profumo
ci innalzi a nuova
era.
( delfinoazzurro)














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Invito ai siciliani ad una profonda riflessione , per l'amore che ci lega alla nostra terra. Si ringrazia il blogger C.O.C, per avermi fatto dono di questa poesia Con la preghiera di diffondere a tutti , in particolare ai siciliani onesti , ai giovani :la speranza della nostra terra


NO, SICILIANI ! CANCIA LA SORTI SI VUI LU VULITI 
 
No siciliani, nun appartegnu cchiù a ‘sta razza,
nun appartegnu cchiù a ‘sta genti, ca lassa fari;

 sta genti carcirata fora di l’ Ucciarduni, chi sinni futti e ca nun s’incazza.
 No, siciliani, nun appartegnu cchiù a ‘sta razza di carcirati,
di genti addurmisciuta ca nun prutesta e ca si fa ammazzari,
ca s’accuntenta senza parlari, ‘sta genti sciapa, ‘
sta genti pazza; no, siciliani, nun ppartegnu cchiù a ‘sta razza
Chi campi a fari patri disonoratu quannu ti morsi un figghiu
e cu’ ti l’ ammazzò ‘u ‘ncontri tutti i iorna, ‘o bar, ‘nta strata,
vicino a’ scola media e ‘ntà putìa?
Patri vigliaccu, chi campi a fari quannu ti
morsi un figghiu o ca ‘mpazziu pi’ chiddi ca ci dettiru ‘u vilenu,
ca ‘ncontri tutti i iorna ‘nto’ risturanti ‘i lussu e ‘nta’ l’ albergu, ‘
nta’ l’apparecchiu ‘i Roma, c’’u cudazzu di tanti liccaculu di palazzu.
No, siciliani, nun appartegnu cchiù a ‘sta razza di patri
‘i merda ca stannu zitti inveci di parrari: patri di merda e chi campati a fari?
Terra di carcirati ‘sta Sicilia,
 chi stannu tutti ‘i fora ‘i l’ Ucciarduni, di pupi morti,
spugghiati di curazza; no, sicilini, nun appartegnu cchiù a ‘sta razza!
Nun appartegnu cchiù a ‘sta razza!
Pi quattru sordi ‘i merda t’’a vinnisti
‘a vita di to’ figghi; ti la vinnisti ‘a terra di’ to’ avi;
ti lu vinnisti l’ unuri e ‘a lialtà ch’era la forza d’’a sicilianità.
E’ cchiustu lu to’ sbagghiu: pirdisti lu cunsenzu d’’a “genti ca’ nun parla”,
comu lu brigatista ch’era l’ eroi e dopo addivintò ‘n “ammazza boi”.
 L’ unici ca ci ponno su’ i carusi o i picciotti,
chiamali comu vo’; Sunnu ‘i Palermu, ‘i Catania e di Missina;
sunnu ‘a spiranza, beddi comu ‘u suli, libbiri, seri,
studenti o muraturi; sunnu ‘a spiranza, sunnu
ancora ‘u Vespru, onesti, chiari, ch’’un vonnu accittari
‘stu munnu i merda ca ci vonnu dari Iddi sì ca su’ forti
, muraturi o studenti, e si sfidanu ‘a sorti, li chiami ‘ncuscienti?
Picciotti, ‘nsurgiti ch’ogni cosa putiti e quannu chiamati
pi scinniri ‘nta chiazza, sciunnu subitu a diri
CH’ APPARTEGNU SI' A ‘STA RAZZA,
 ca si seppi lavari la lurdura ‘nfamanti di mircanti di morti,
assassini d’infanti, chi d’un jardinu ficiru un disertu,
 chi di la Grecia passaru ‘o mediuevu; cà si scurdaru
‘i Verga e di Brancati, Fidiricu sicunnu, Quasimudu,
Eschilu, Martinu, Antunellu, D’Alcamu,
Capuana E Pirandellu: Di l’ artisti di oggi nun ni parlu;
 e mi urta ‘u silenziu chi dici ca si cacanu ‘i sutta.
 E si ‘sta filastrocca, ca scrissi in lingua antica,
c’’a rima in settenari p’essiri cchiù capita,
vulissiru firmari (cosa ca pari pazza) mi mittissi
a gridari ch’appartegnu a ‘sta razza.




Il Far West di un polizziotto assassino ! Sparare all'impazzata su un ragazzo di 26 anni nel chiuso della sua macchina . Che hai fatto ? Come hai potuto ? Rambo da quattro soldi !
Cordoglio e dolore per Gabriele Sandri







Blitz della polizia in una villetta vicino Palermo.
In manette  Sandro e Salvatore Lo Piccolo
Erano in una riunione con altri quattro boss.
"Dopo Provenzano è capo di Cosa Nostra"

Complimenti alla Polizia di Stato !!!
Ancora un successo per lo SCO di Palermo ,
la stessa squadra che catturò Provenzano

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Tolta l'inchiesta a De Magistris Il pm: "Finito lo Stato di diritto"

Povera patria! Schiacciata dagli abusi del potere di gente infame, che non sa cos'è il pudore, si credono potenti e gli va bene quello che fanno; e tutto gli appartiene. Tra i governanti, quanti perfetti e inutili buffoni! Questo paese è devastato dal dolore... ma non vi danno un po' di dispiacere quei corpi in terra senza più calore? Non cambierà, non cambierà no cambierà, forse cambierà. Ma come scusare le iene negli stadi e quelle dei giornali? Nel fango affonda lo stivale dei maiali. Me ne vergogno un poco, e mi fa male vedere un uomo come un animale. Non cambierà, non cambierà sì che cambierà, vedrai che cambierà. Voglio sperare che il mondo torni a quote più normali che possa contemplare il cielo e i fiori, che non si parli più di dittature se avremo ancora un po' da vivere... La primavera intanto tarda ad arrivare.

Otto anni di reclusione: questa la richiesta avanzata dal procuratore aggiunto Giuseppe Pignatone, al termine della requisitoria nel processo alle cosiddette "talpe della Dda", nei confronti del presidente della Regione Sicilia, Salvatore Cuffaro Solidarieta' da Berlusconi "Confermo con forza la mia solidarieta' al Presidente della Regione Sicilia, Cuffaro": cosi' Berlusconi. Il leader di Forza Italia esclude "in maniera assoluta che Cuffaro possa essere coinvolto in quelle vicende in cui si pretende di coinvolgerlo".

Cuffaro ha ricevuto anche una "lunga ed affettuosa" telefonata dal leader dell'Udc, Casini, che gli ha espresso la sua solidarieta".
 
E se lo dice Silvio dobbiamo crederci
Perchè Silvio è uomo d'onore !
 

                            

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                           <b>Birmania, foto choc "buca" la censura<br>manifestanti schiacciati dai camion</b>


Dopo aver torturato la gente e gli studenti nelle Unità investigative - è scritto nel testo in birmano - i bestiali uomini dell'Intelligence li gettano sui cassoni dei camion nel mezzo della notte e li portano via in strade segrete, lontano dagli occhi di tutti. Una volta giunti sul posto le persone e gli studenti che sono moribondi (ma ancora vivi) sono scaricati sul terreno come carcasse, allineati sulla strada sotto autotreni a dieci ruote e schiacciati
II vero volto deimilitari