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Trapani e la... mafia

            Benvenuti a Trapani. La città della vela e del sale, si legge all’ingresso della città sui cartelli turistici. La città dove i sindaci andavano dicendo che la mafia non esisteva mentre Cosa nostra piazzava autobombe e ammazzava magistrati, e oggi ci sono sindaci che dicono che di mafia non bisogna parlarne o che l’antimafia è peggio della mafia. La città dove Cosa nostra e massoneria hanno animato le stanze del potere segreto ma quello era, ed è, il vero potere, pubblicamente riconosciuto. La città cassaforte di Cosa nostra, dove si è annidato, è cresciuto, il potere economico dei boss che non portano più coppole e lupare ma indossano le grisaglie proprie dei manager. Qui la mafia si è sommersa secondo una precisa strategia, è diventata impresa, ha fatto diventare legale il proprio sistema illegale, qui la mafia “vive” mentre la gente è costretta a “sopravvivere” e spesso di questo i cittadini non si rendono conto. Per disattenzione, per complicità, per quieto vivere. Benvenuti a Trapani.
Trapani è tante cose, rappresenta lo zoccolo duro della mafia e non solo perché qui si nasconde l’ultimo dei grandi latitanti di Cosa Nostra, Matteo Messina Denaro, 50 anni e dal 1993 ricercato per delitti e stragi, cresciuto seguendo l’esempio del padre, il patriarca della mafia belicina, Francesco Messina Denaro, campiere di grandi latifondisti, come la famiglia D’Alì di Trapani, Tonino è senatore dal 1994, e oggi è sotto processo per concorso esterno in associazione mafiosa; ma Matteo ha anche impersonato i due volti della mafia, quella violenta, militare, di Totò Riina e quella di Bernardo Provenzano che ha saputo infiltrarsi dentro i gangli istituzionali, ritenendo migliore “scendere a patti con lo Stato”. Trapani raccontata dalla voce di uno dei magistrati di punta, Andrea Tarondo, che si occupa delle connessioni tra mafia, politica, impresa, il pm che insegue le “tracce” lasciate dal denaro della mafia sporco del sangue di tanti morti ammazzati, è anche altro: “A Trapani – dice – le maggiori insidie arrivano da quegli ambienti che dovrebbero essere dall’altra parte della barricata, dalla parte della legge, con l’antimafia”.
Qualche giorno addietro la scorta di questo magistrato ha fatto una scoperta incredibile. Qualcuno si era introdotto nella Bmw blindata usata dal pm per i suoi spostamenti. Uno dei poliziotti dopo avere scoperto che un finestrino era leggermente aperto ha segnalato l’anomalia ed è scattata la bonifica. La paura di un attentato è sempre viva. Per fortuna nessun ordigno e niente di pericoloso, ma sotto al cruscotto sono stati trovati un paio di fili scoperti, un tecnico specialista nella collocazione di cimici per le intercettazioni ambientali non ha avuto dubbi, quei fili erano stati usati per alimentare qualche microspia ed erano rimasti così scoperti dopo che la “cimice” era stata rimossa. Il pm Tarondo è stato quindi intercettato, le sue conversazioni in auto sono state ascoltate da qualcuno. Mafia? Può darsi che qualcuno abbia riferito alla mafia, ma le orecchie sembrano essere state quelle di “menti raffinate”, un lavoro che solo degli specialisti possono avere fatto. Il sospetto è anche altro che forse assieme alla “cimice” possa essere stato sistemato sulla vettura blindata un gps, così da scoprire le abitudini del magistrato, i suoi spostamenti. Suona l’allarme a Trapani, almeno dovrebbe suonare l’allarme.
A Trapani la mafia resta quella che nel 1988 veniva raccontata da Mauro Rostagno, forte e inviolabile, protetta da insospettabili alleati, e così quando invece del solito boss le indagini colpiscono il colletto bianco, il professionista, il politico, spesso arrivano gli attacchi, “il terzo livello qui non deve toccarsi”. Proprio nelle scorse settimane era stato il pm Tarondo a raccontare come vanno certe cose, ”qui a Trapani si conoscono bene i volti dei mafiosi e dei complici, ma c’è chi pur potendolo, pur dovendolo fare, non rispetta la distanza di sicurezza da questi soggetti, qui si stringono mani che mai penseresti dovrebbero stringersi”; qui può accadere che il ministro dell’Interno Cancellieri arriva e invece di incontrare i funzionari dello Stato, gli investigatori, firma protocolli di legalità con sindaci condannati per favoreggiamento alla mafia. “E nessuno si scandalizza di questo”.
Il pm Tarondo oggi continua ad occuparsi di indagini delicate. Arrivato a Trapani sul finire del 1996 ha seguito le inchieste sui delitti di mafia, sui boss che hanno smesso di farla franca, ha guidato gli investigatori dentro la mafia militare, man mano che però coordinava queste indagini e che hanno portato all’arresto di tanti latitanti, cominciava ad affacciarsi l’altra mafia, quella dei colletti bianchi. Oggi è il pm che ha portato a processo il senatore di Forza Italia Antonio D’Alì, che ha rimesso a posto i pezzi di un puzzle che era rimasto scomposto, diviso, lacerato, tanto che ad un certo punto si era pensato che l’indagine contro il senatore berlusconiano non contenesse nulla di rilevante e doveva andare in archivio e invece di recente si è scoperto che ad altri magistrati della Dda di Palermo un pentito, Giovanni Ingrasciotta, nel 1997, aveva riferito addirittura di incontri in latitanza tra Matteo Messina Denaro e il senatore D’Alì; il pm Tarondo si sta occupando anche delle diverse casseforti della mafia sparse per la provincia di Trapani e anche in parti lontane da Trapani, fin dentro le city finanziarie d’Europa. Ed ecco puntualmente che come accaduto altre volte c’è chi è fin troppo curioso delle mosse di questo magistrato. Benvenuti a Trapani dove una notizia di questo genere altrove avrebbe provocato reazioni di protesta, qui invece funziona sempre bene la sordinaù Rino Giacalone

Pubblicato il 18/10/2012 alle 11.46 nella rubrica Diario.

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